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23 Mar

The Evolution of a Software Engineer — On Coding — Medium

fonte: The Evolution of a Software Engineer — On Coding — Medium.

The first year:

The second year:

The third year:

The fifth year:

The tenth year:

07 Feb

Non sarò sfigato per soli 11 mesi

Alla notizia che se arrivi a 28 anni e non sei laureato sei “per legge” uno sfigato, ho subito pensato: che culo! Io mi laureo a breve, ma ho appena compiuto i 27 anni di età. Quindi per circa 11 mesi, non sono uno sfigato statale. E vai!

Cosa ne è stato della mia carriera universitaria? Ogni studente ha la sua storia, e io voglio raccontarvi la mia.

Quando mi sono iscritto all’università avevo appena terminato il liceo scientifico (era il 2003) e avevo studiato latino, filosofia, letteratura italiana e tante altre cazzate. Ho studiato anche matematica e fisica, con ambigui risultati (sapevo risolvere il famoso “compito di matematica”, manco fosse il cubo di rubik.. ma in classe mia eravamo in 4 saperlo fare. Su 27).

Essendo portato più per le materie scientifiche che per quelle letterarie (che, ahimè, avrei voluto studiare di più), decido di iscrivermi a informatica. Mio padre voleva che studiassi lingue per proseguire la sua attività, che senza dubbio è redditizia e avrei potuto essere altrettanto brillante. Ma non mi interessava.

Il problema dell’università è che non sai cosa ti accade il primo giorno di corso. Non c’è nessuno che te lo spiega veramente. Così ti ritrovi a cercare di capirci qualcosa dai fogli appesi nelle bacheche (ora c’è internet!) e chiedi a qualcuno  cercando di rompere il ghiaccio e la timidezza. No, non è questo il problema, non è il sapere in che aula frequentare. E’ che non sai cosa studierai veramente.

La mia prima lezione universitaria fu con un professore che subito, senza “preliminari”, ci parla di “Architettura degli elaboratori”. Ricordo che ho preso appunti addirittura su orari di ricevimento, libri di testo, e altre cavolate che adesso si trovano solo sul web. Il prof partì a fiume e ci spiegò di cosa avrebbe parlato il corso, e la prima lezione durò 3 ore. (Il corso finì con un 30, e una versione modificata del MIPS che faceva tutte le operazioni più velocemente, tranne la Store Word).

Figuratevi 3 ore di corso per uno che a stento reggeva l’ora di educazione artistica!

Il secondo corso (di due ore) fu Linguaggi di Programmazione I (linguaggio C). Il professore entrò e disse: “questo è il vostro primo giorno? bene, è il caso che vi dia qualche informazione: l’università non è fatta per chi vuol venire a perdere tempo. Qui si studia, per superare gli esami bisogna studiare. Almeno 2 ore per ogni ora di corso”. Santa verità!

(circola una voce che durante questo corso, tenuto però da un altro docente, uno studente  (matricola anch’egli) chiede alla prima lezione: “Quando iniziamo a smontare i computer?”. Il professore, con aria perplessa, cerca di dare una risposta educata: “qui di sicuro non ne vedrà mai uno smontato, sebbene io la incoraggi a farlo. Se voleva smontare computer forse avrebbe dovuto iscriversi ingegneria elettronica o informatica”). 

All’epoca non me ne fregava molto della media. Tra l’altro, ero uscito dal liceo sapendo bene che iniziavo l’università tanto per iniziarla, di sicuro non l’avrei finita visto che non mi ritenevo un grande studente. E invece, alla fine del primo anno, mi ritrovai ad aver fatto tutti gli esami con una media del 28: mica male! Fu in quel momento che mi chiesi cosa mi stesse accadendo. Stavo forse diventando secchione? No! molto di più: mi piaceva quello che stavo studiando. Mi piaceva veramente.

Il secondo e terzo anno sono stati i più difficili, perchè sono stati messi insieme alcuni corsi che purtroppo richiedevano molto tempo e molto studio, e dinanzi alla mancanza di tempo lo studente inizia col rimandare alcuni esami all’appello successivo. Così ho fatto io, anche se dopo il secondo anno avevo un buon numero di esami sul libretto. La laurea non era più tanto lontana, anzi stava diventando un sogno raggiungibile! Un sogno che nemmeno sapevo di avere.

A questo punto decisi di partire per l’Erasmus. Che vuoi farci, l’appartamento spagnolo aveva contagiato anche me. Destinazione Spagna, alla volta di Siviglia. In giro per il sito troverete tanti post su quel periodo, basta seguire il tag erasmus.

Lì in Spagna feci un solo esame, lingua spagnola, e presi un bel 9 (su 10). Effettivamente lo parlavo veramente bene, anzi gli ultimi giorni di Spagna mi veniva di pensare in spagnolo. Tuttavia ero già di ritorno e dovevo fare gli ultimi esami, che avevo studiato in Spagna senza superare, e ho preso quattro 30 e lode in fila.

E così mi sono preso la laurea triennale in informatica, il 22 Dicembre del 2007.Voto 110&Lode. 

Mi sono iscritto subito alla laurea specialistica, e preso dalla frenesia post erasmus, iniziai a seguire più corsi di quanto potevo studiarne. Per un periodo sono stato compagno di corsi con i miei attuali amici del crazyunisa, una specie di collettivo studentesco fatto di nerd intelligenti e divertenti :) . Però non sono stato capace di stargli dietro e mi sono perso.

La verità è che quell’anno avrei fatto meglio a non iscrivermi proprio, come dice Gaetano. Quell’anno non feci esami, in pratica pagai le tasse e non feci nulla. Mi sentivo un po’ abbacchiato, pensavo che non me lo meritavo il 110 della triennale. L’erasmus mi aveva sconvolto. Ora che ci penso, realizzai che l’università andava male solo quando smisi di pensare al resto. Comunque, forse era il caso di iniziare a cercarsi un lavoro e lasciar perdere tutto.

E’ proprio in questo momento che realizzai di avere davanti di nuovo il grande problema dell’università, già citato prima: non sai cosa studierai, e così come non lo sapevo per la triennale (e mi è andata bene, ho studiato materie che mi piacevano), non posso dire lo stesso per la specialistica.

La specialistica è molto più difficile della triennale. In alcuni esami si scende nel dettaglio di come funzionano le cose che avevo studiato alla triennale, aggiungendo molta complessità. Bisogna studiare _veramente_ un sacco di cose, non si tratta più del solito progettino. Le materie mi piacevano, ma non le sentivo più mie. Insomma, mi sono iscritto alla specialistica più per completare il mio percorso di studi che per voglia di studiare.

Ad ogni modo, devo ringraziare un collega che nel momento del bisogno mi ha preso e mi ha portato per braccio sul binario giusto: è sempre lui, Gaetano, che un bel giorno viene e dice “ora te lo faccio io il piano di studi!” e insieme abbiamo studiato le cose più assurde e incredibili, con buoni risultati, ma soprattutto con la voglia di arrivare alla fine il più in fretta possibile.

E proprio grazie a Gaetano che un bel giorno mi guardo il libretto e noto che ci sono tantissimi 30 e poche voci fuori dal coro. A quel punto mi rendo conto che ho una media del 29,9 (non so se mi spiego!) e gli ultimi esami li dovrei superare col 18 sindacale per assicurarmi di nuovo il 110 with love.

Invece non va tutto così bene. L’ultimo esame l’ho rifatto ben 4 volte (quando una materia non ti piace…) e dopo essere stato bocciato 3 volte, alla quarta arriva l’ennesimo 30. Sarò sincero: le prime tre volte ho copiato (per la prima volta in vita mia) e non mi è andata bene. La quarta ho studiato, e lo sforzo è stato ampiamente ripagato.

La tesi di laurea, che merita un post a parte, mi è costata 12 mesi di lavoro ma anche qualche soddisfazione. Nel giro di pochi giorni devo completare la scrittura della tesi e devo mandarla in stampa… nel frattempo domani vado a un colloquio di lavoro, per fare esperienza. Vediamo se gli piaccio e cosa offrono!

Ma non è finita qui: io, in realtà, volevo parlare di alcune idee su come rendere l’università veramente efficiente. E soprattutto dire al nostro attuale viceministro, di cui mi sfugge il nome, che sono d’accordo con lui, laurearsi dopo i 28 è da sfigati. E’ così che mi sarei sentito se fosse successo a me. Ripetiamo insieme: che culo!

01 Jun

Ma la voglia, no

In effetti, non ho più tanta voglia di studiare per questo mio ultimo esame. Farò del mio meglio ma non me ne frega molto come andrà, l’importante é superarlo..
Saluti

Categories: nda' micizia Tags:
11 Apr

I problemi np-completi sono intorno a noi

I miei genitori stanno cercando di far sedere gli invitati al matrimonio di mia sorella in modo tale che nessuno sia seduto con qualcuno che odia; inoltre hanno vincoli sui tavoli (max 6 persone).
Volevano il mio aiuto per risolvere il problema! Io ho provato a spiegargli che risolvere questo in un tempo ragionevole è attualmente un problema aperto, o meglio si sospetta che una soluzione rapida al problema non verrà mai scovata; ma loro niente, hanno bisogno della soluzione e ci stanno provando in tutti i modi!
E’ proprio vero quanto dicevano all’università: i problemi realmente interessanti in pratica sono quelli più difficili… vallo a spiegare ai miei!
Da quel che ne so, ho già cambiato posto una quindicina di volte..

07 Jul

Esperienza unica di un viaggio… tout court Terra Santa!

“Esperienza unica!” E’ stato questo il malinconico ritornello che affollava i 29 posti del bus che dall’aereoporto di Orio al Serio ha riportato a Brescia lo scorso 3 giugno giovani studenti e non, della sede bresciana dell’Università Cattolica. Tra i fortunati c’ero anch’io: campano di nascita ma bresciano di “universitaria adozione”.

Il leitmotiv di questo fantastico “viaggio-ricerca”, che, oltre ai numerosi gadget, spezie e pashmine acquistate nel Suk di Gerusalemme, ha portato alla luce soprattutto quell’io troppe volte perso nella realtà per lasciar spazio ad una frettolosa razionalità quotidiana.

Una tappa, quella della Terra Santa, per certi versi attesa da tutti, dove le aspettative che documentari, foto e i mille racconti di sempre hanno lasciato presto spazio ad una realtà tanto difficile quanto affascinante. Read more…

05 Jul

Come valutare la produttività degli sviluppatori (o, più in generale, dei dipendenti)

Valutare la produttività dei dipendenti di un’azienda è un lavoro complesso. Nella letteratura scientifica non esistono regole, leggi o studi a riguardo della valutazione dei dipendenti e spesso le aziende usano metriche vetuste o inadeguate.
Alcune aziende usano le “righe di codice” al mese: quante righe di codice vengono prodotte in un mese da uno sviluppatore. I livelli di riferimento cambiano a seconda se si usa un linguaggio ad oggetti, che permette di scrivere codice più velocemente, oppure linguaggi a basso livello, dove bisogna essere attenti a ogni punto e virgola e scrivere tanto codice per realizzare meno funzioni.

Ma questa metrica non è adeguata perchè a uno sviluppatore più bravo può essere chiesto di lavorare su una parte difficile del sistema, mentre a uno “medio-scarso” viene richiesto di implementare qualche funzione più semplice. Lo sviluppatore bravo allora produrrà meno codice, ma sarà un codice di buona qualità e ci avrà messo un intervallo di tempo pari ad X; lo sviluppatore meno bravo avrà prodotto più codice nello stesso intervallo X di tempo, ma potrebbe contenere più errori o essere più semplice da realizzare.. Se si tenesse conto solo di questo, lo sviluppatore scarso avrà prodotto più linee di codice, e ciò non è desiderabile. Bisogna incentivare chi è bravo e chi si assume la responsabilità di parti difficili del sistema!

Ad ogni modo, un sistema software non è fatto solo di codice. Spesso bisogna produrre quantità industriali di documentazione, e a seconda di se seguiamo lo standard o meno, potrebbero essere tanti documenti (Requirements Analisys Document, System Design Document, Object Design Document, Test Plan, Test Case Specification, Test Incident Report, Test Execution Report, Test Summary Report, Javadoc o commenti al codice!). Non credo che in Italia si facciano tutti questi step … l’industria IT italiana usa una gestione molto casereccia, da puteia, IMHO.

Per questo, valutare la produttività o comunque dare una valutazione agli sviluppatori deve essere qualcosa di globale. Io ora vi darò una “ricetta” utilizzata in un progetto terminato poco fa; non è affatto perfetta e probabilmente ha bisogno dei vostri commenti per migliorare ancora e diventare un giudizio sensato.

Innanzitutto bisogna distinguere due tipi di valutazione: la valutazione personale, che comprende attributi tipo attenzione ai meeting, ritardo nel consegnare il lavoro, ritardo nel presentarsi al lavoro, entusiasmo, autonomia nel completare il lavoro e saper prendere decisioni corrette, e altre variabili che magari dipendono dal vostro posto di lavoro;  e la valutazione tramite “metriche”, ossia tramite valori ricavabili dai dati a disposizione. Entreremo nel dettaglio di queste due valutazioni tra un secondo; prima ricordatevi alcune vere regole alla base di tutto:

  1. un buon manager sa essere obiettivo quando valuta, quindi lo fa al netto di simpatie/antipatie, opinioni sportive, razziali, sessuali, etc.
  2. Qualsiasi metrica voi vogliate misurare, se vi restituisce qualcosa che secondo voi è fuori dalla realtà, probabilmente è una metrica  sbagliata.

Un commento sulla regola 2. Molto spesso noi raccogliamo metriche e poi dobbiamo combinarle con formule o altre cose per ottenere un numero “magico” che mette su una scala graduata tutti gli sviluppatori. Può accadere che alcune persone avranno una valutazione più alta di altri e voi manager sapete che la realtà è ben diversa. Che fare? Probabilmente avete sbagliato metrica, quindi conviene capire come mai sono usciti valori sbagliati e raccoglierne altri oppure combinarli in maniera da farli risultare più corrispondenti alla realtà.

Torniamo alle due metriche principali e cerchiamo di capire come usarle.

Valutazione personale

Questo tipo di valutazione è soggettiva, e viene fatta dal manager ad ogni meeting, sulla base del feedback che riceve dal team. La cosa migliore da fare è di creare una tabella per ogni meeting, che conterrà sulle righe tutti i team member, e sulle colonne i fattori che volete misurare: puntualità, attenzione, entusiasmo, etc etc. Queste servono ai manager per rendersi conto anche del modo in cui hanno lavorato settimana dopo settimana tutti i team member.

Alcuni consigli: usate una scala da 1 a 5 (o da 1 a 7); conviene prendere scale che siano dispari per poter rappresentare anche un valore medio. Si suppone che lavoriate tramite “meeting”, quindi ogni settimana farete un meeting in cui revisionerete il lavoro svolto e asssegnerete nuovi task. Se è così, avendo questa tabella aggiornata per ogni meeting, alla fine potrete fare delle medie e ricavare una sorta di scala graduata per ogni valore.

Valutazione tramite metriche

La valutazione tramite metriche serve a colmare quello che non fa la valutazione personale, ossia prende dei dati analitici dal progetto in corso e li analizza con tecniche anche statistiche se ce n’è bisogno.

Nel progetto a cui ho partecipato, le metriche che abbiamo preso in considerazione erano, per ogni documento creato:

  • un fattore di qualità del documento creato, da 0 a 1
  • un fattore di difficoltà, da 0 a 1
  • una metrica se l’artefatto è stato completato in tempo, magari con 1 se l’artefatto è stato completato in tempo e con valori minori se l’artefatto ha subito ritardi.

Uso la parola “artefatto” intendendo pezzi di documento, classi, pagine web, package, etc. La granularità la decidete voi, a seconda di quanto / cosa volete valutare.

Potete creare delle metriche anche per il codice, e ricavare questi valori. Purtroppo l’assegnazione di questi valori avverrà sulla base della vostra esperienza, quindi assegnerete 1 se l’artefatto vi sembrerà di buona qualità e 0 viceversa; se non avete molta esperienza dovrete farvi prima un’idea della situazione per saper giudicare.

Sommando questi numeri per ogni artefatto, otterete una valutazione dei vostri TM (team member) che sono abbastanza sorprendenti. Per questo, vi dico, forse non è la migliore formula possibile. Potreste provare a misurare il numero totale di artefatti consegnati, il numero di artefatti che hanno subito ritardo per ogni membro, e tutta un’altra serie di metriche che, se serve allo scopo, fate bene a mettere. E’ inutile riempire il database di numeri che non sapete interpretare; meglio pochi numeri ma che rappresentano il lavoro svolto dai membri.

Queste sono le parole di un professore che mi ha risposto sull’argomento:

La valutazione e’ estremamente soggettiva per quanto riguarda il comportamento delle persone, ma e’ basata comunque sulla propria esperienza e se vogliamo e’ oggettiva rispetto al punto di vista di chi valuta. In ogni caso, dei criteri bisogna averli fissati e dei pesi dati ai vari criteri bisogna averli definiti.

La produttivita’ non puo’ esserela panacea: serve solo a confrontare il lavoro
svolto da persone che hanno lavorato lo stesso tempo per vedere chi e stato  piu’ bravo (di per se’ non puo’ essere l’unico criterio).

Detto questo, l’esperienza mi dice che le persone in un progetto sono diverse e contribuiscono in maniera diversa, per cui e’ necessario differenziarle nella
valutazione (al di la’ dell’impegno profuso).

Questa risposta evidenzia un’opinione riguardo all’impegno che hanno profuso i diversi membri. Nel caso del nostro progetto, i ragazzi avevano lavorato pressappoco tutti lo stesso monte-ore, e mi sembrava poco saggio assegnare solo 2 punti su 4 disponibili per persone che si sono impegnate così tanto. Però un manager non deve livellare verso l’alto per amicarsi i membri, perchè così si fa nemici i Top manager. E non è buono per la carriera. Per fortuna questo era un progetto universitario e tante cose abbiamo potuto sbagliarle; nella vita reale le cose non si possono fare così.

Sia chiaro, mi rendo conto che il lavoro in azienda è del tutto diverso rispetto a quello fatto all’università, ed è bene evidenziarne le differenze.. Io magari mi sono allargato nei voti universitari non perchè volevamo davvero amicarci il prof, ma perchè davvero ero convinto che bene o male valessero tutti quel voto. Purtroppo i voti non li decido io (altrimenti avrei messo 30 a tutti…)

Questa piccola lezione di management spero possa essere utile a chi ha bisogno di delucidazioni.. La mia conoscenza finisce qui e per valutare le persone c’è bisogno di esperienza e metodo. Sicuramente ho scritto qualche imprecisione o qualche invenzione ma vi prego di non prendere per oro colato questo articolo: fareste bene a valutare i vostri dipendenti secondo i parametri che realmente sono necessari per la loro (e vostra) crescita professionale.

Vi lascio con l’ultima regola del management:

non importa quanti linguaggi di programmazione conosci, da quanto tempo lavori in azienda o qual è il tuo voto di laurea. L’unica cosa davvero importante è se sei capace di prenderti delle responsabilità (anche di un team) e di saperle onorare con l’impegno. Chi fa carriera non è il più bravo ma il più capace a rispettare e far rispettare tempi, costi, e qualità.

02 Jul

come sentirsi manager per tre mesi

Philippine Rabbit buses (fleet Nos 299, 475, 8...
Image by express000 via Flickr

L’università di Salerrno propone un corso per gli studenti iscritti alla laurea triennale in informatica chiamato Ingegneria del Software, durante il quale si simula l’azienda e si è a tutti gli effetti “informatici” che lavorano per un project manager, ossia uno studente della laurea specialistica; scopo dell’esame, produrre un sistema di medie dimensioni con le metodologie che “dovrebbero” essere usate nelle aziende IT. Io ho sostenuto quell’esame e ne ho un ricordo bellissimo; lavorammo al MAMS, un sistema che gestiva un ambulatorio privato con medici, ricette, visite, pazienti, etc.

Il corso di laurea specialistica in Informatica propone un corso di gestione progetti software, durante il quale uno studente della specialistica fa da Project Manager a dei ragazzi della laurea triennale, che devono invece sostenere l’esame di ingegneria del software. Io ho sostenuto quell’esame. Ieri :)


E’ stata un’esperienza che consiglio di vivere a tutte le persone che vogliono confrontarsi con la responsabilità ed imparare anche qualcosa dal punto di vista manageriale. Saper gestire un meeting, tenere sempre sott’occhio ogni incarico assegnato a chi e per quando, sapere indicativamente quanto deve durare ogni fase del lavoro, vivere con la costante angoscia della “scadenza”… sono emozioni da provare.

In collaborazione con un’altra manager, il mio team composto da 6 ragazzi ha lavorato allo sviluppo di un’applicazione che consisteva nel far pagare il biglietto dell’autobus attraverso il telefonino. Ossia: sali sull’autobus, l’autobus ti rileva a bordo e ti scala i soldi dal credito che hai caricato in precedenza. Ci sono tanti vantaggi ad avere un sistema così per un’azienda di trasporti, ossia:

  1. tracciare il comportamento degli utenti (tenendo però presente la privacy)
  2. dare la possibilità di pagare il biglietto anche in orari inusuali (quando le tabaccherie sono chiuse, ad esempio alle 2 del pomeriggio, oppure dopo le 10 di sera…)
  3. avere una stima delle persone che salgono in autobus (se hanno il telefono col bluetooth acceso, si può controllare quante persone sono sull’autobus e poi fare un raffronto con quanti biglietti sono stati pagati, sia digitali che cartacei)
  4. semplificare la vita anche al controllore, il quale può controllare se la persona ha pagato il biglietto mostrandogli l’immagine ricevuta sul telefonino
  5. possibilità di comunicare con i clienti clienti e di suggerirgli tratte più semplici rispetto a quelle già percorse
  6. poter dire di essere un’azienda figa

Il sistema funziona davvero, l’abbiamo chiamato ITER, non è in uno stato molto avanzato ma implementare ciò che resta non richiede molto sforzo; per questo ho inviato una mail alle aziende di trasporti della Campania e anche a qualche giornale locale, per dare una dimostrazione gratuita del sistema. Ma sono sicuro che gli amministratori, i politici, i giornali che ho contattato non sanno leggere le email… figuriamoci pagare col bluetooth!

E voi usereste un sistema simile?

27 Oct

Il salvatore della (vaticana) patria

Sono un paio di giorni che mi torna in mente un sogno che facevo tanti anni fa, quasi subito dopo aver iniziato l’università (dunque verso il primo-secondo anno).

In quel periodo di grande fermento culturale (dopo 5 anni di botta al liceo, scoprivo di non essere niente male ad informatica e stavo conoscendo tanti nuovi amici) entrai in amicizia con alcune persone che suonavano basso e batteria, io  suonavo la chitarra, e un’amica che cantava. Decidemmo di andare a fare una prova “conoscitiva” a casa del batterista, che tra l’altro studiava il violino, ma questa è un’altra storia.

Avete presente le prove “conoscitive”? Non servono assolutamente a niente, neanche a conoscersi.. però piace farle perchè il filo conduttore è l’improvvisazione, che poi puntualmente fa schifo perchè se non sei un jazzista affermato è difficile improvvisare su più di due accordi. Io poi non sono manco una cima con gli assoli, figuratevi che poteva mai essere.

Tutto però si ribaltò quando partì per caso la canzone di chiesa “Symbolum 77″. E’ inconfondibile, è lentissima e tristissima, la conoscete tutti: “tu sei la mia vita, altro io non ho…” e così partì una delle improvvisazioni più blasfeme che abbia mai fatto (blasfemo nel senso musicale del termine), una cover rock-punk che aveva tanta grinta ed era divertentissima, sembrava uscita fuori dalle mani dei prozac+.

Così per qualche mese, quando andavo a dormire, sognavo il nostro super gruppo (che aveva anche un nome, i SAKRESTJA) tenere concerti oceanici con folle di giovani urlanti e contenti, che cantavano canzoni di chiesa rifatte in chiave “modernizzata”: niente litanie, niente organi, solo chitarre distorte, basso e batteria! Il sogno si spingeva tanto avanti che un bel giorno (anzi, una bella notte) ricevetti un telegramma dal papa in cui mi si diceva: “Caro fratello Michele, a nome di tutta la Chiesa ti ringraziamo per aver riavvicinato tanti giovani a Dio. Ti esortiamo a continuare la tua opera e ad estenderla urbis et orbis. Con la benedizione papale, Giovanni Paolo II” !

Cioè, non so se vi rendete conto, ricevere un telegramma dal papa indicandomi la strada da seguire… il vero peccato è che quel progetto finì lì, a quell’unica prova improvvisata, dopodichè non ci siamo più visti. Ma ancora oggi, tra scout e falò, se mi sento in vena la ripropongo… cautamente però :)

24 Aug

BASTA! ai powerpoint fatti male

Visto che in questa benedetta laurea specialistica ci stanno abboffando di progetti che consistono, spesso, in una relazione finale con tanto di presentazione pauerpoint powerpoint, ho trovato un bellissimo elenco puntato (in informatichese: un <ul> … </ul>) con i punti più importanti da tenere a mente quando si realizza una presentazione.

L’articolo originale parla del “programma” PowerPoint, che in origine era solo per Mac.

  • Non voltate le spalle al pubblico. Il pubblico è lì per ascoltare voi, per sentirvi parlare dal vivo, non per guardare le slide. Trovate la maniera di tenere sotto controllo cosa c’è realmente sullo schermo dietro di voi senza voltarvi e mantenete il più possibile il contatto visivo con il pubblico.
  • Evitate fiumi di testo. Le slide non devono essere come pagine di libro. Se lo sono, la gente farà fatica a leggerle e a seguire contemporaneamente quello che state dicendo. Devono contenere poche parole essenziali: il discorso articolato dovete farlo voi.
  • Non leggete le slide. Chi legge mentalmente va molto più veloce di chi legge ad alta voce, per cui ripetere pari pari il contenuto delle slide è mortalmente noioso.
  • La presentazione non è la scaletta delle cose che dovete dire. Deve essere un complemento arricchente al vostro discorso: non deve essere lo schema del discorso. Quello va messo nelle note su schermo che il pubblico non vede, oppure su un foglio di carta.
  • Evitate scritte microscopiche e grafici troppo intricati. E’ una presentazione, santo cielo, non un esame della vista. Il pubblico non riuscirà a cogliere tutti i dettagli, se sono minuscoli.
  • Evitate schemi di colore troppo sgargianti, ma anche quelli banali. Il già citato testo giallo su sfondo blu è da evitare il più possibile, come lo sono i colori psichedelici. I modelli predefiniti dei programmi per presentazioni di solito sono un buon compromesso, ma bisogna ricordarsi di usarli e di variarli periodicamente. Tenete presente che le condizioni di luce di una proiezione sono sempre peggiori di quelle nelle quali guardate la presentazione sul vostro monitor.
  • Usate immagini efficaci. Non ricorrete alla clipart insignificante e già vista: ricorrete a foto d’impatto, divertenti o simboliche, che aggiungano contenuto invece di complementare le parole. Se potete esprimere un concetto esclusivamente mediante un’immagine, fatelo.
  • Spezzate le slide prolisse. Troppi concetti in una singola slide non verranno memorizzati. Suddivideteli su più slide.
  • Preparate un’introduzione accattivante e una frase finale memorabile. Non siete lì per fornire a voce quello che potreste distribuire come stampato. Ogni presentazione è, a modo suo, uno spettacolo emozionale. Se non mostrate che quello di cui parlate vi appassiona, non potete pretendere di appassionare il pubblico.
  • Provate, provate, provate. Fate passare e ripassare le slide per assicurarvi che le transizioni avvengano correttamente e che gli elementi di ogni slide appaiano nell’ordine giusto. Esercitatevi a fare la presentazione provandola ad alta voce per controllarne i contenuti e la durata.
  • Controllate l’ortografia. Lasciare strafalcioni è il modo migliore per comunicare al pubblico che siete superficiali e disattenti.
  • Non mostrate al pubblico il contatore del numero delle slide. Questo spinge lo spettatore a fare un conto alla rovescia mentale e a concentrarsi sul “quanto manca ancora” invece che sui contenuti. Non c’è come vedere “1 di 178″ per far scappare il pubblico o indurlo a simulare malori.
  • Attenti alla cliccata fantasma. Alcune transizioni richiedono tempo per essere visualizzate. Se cliccate prima che siano finite, credendo che il computer non abbia “preso” la cliccata precedente per andare avanti, finirete nella slide successiva e vi perderete. Tenete d’occhio gli indicatori sul vostro schermo, che segnalano quando ogni transizione è stata completata.
  • Memorizzate i tasti d’emergenza. Se scappa una cliccata fantasma, o volete saltare una slide o tornare indietro, segnate su un Post-it i tasti da usare. Vi servirà nei momenti di panico.
  • Includete solo quello che vi serve per illustrare il concetto. Non rimpinzate la presentazione di dati irrilevanti.
  • Provate le connessioni. Verificate in anticipo che il vostro computer sia compatibile con il videoproiettore e se possibile lasciatelo collegato e impostato. Assicuratevi che l’alimentatore del computer sia inserito e alimenti correttamente il computer, altrimenti la vostra presentazione verrà interrotta tragicamente dallo spegnimento del PC.
  • Spegnete screensaver e risparmio energetico. Se parlate troppo a lungo su una slide, non volete che lo schermo dietro di voi diventi nero o, peggio ancora, faccia scorrere sul megaschermo la vostra collezione di foto porno.
  • Preparate un backup; anzi due. Tenete una copia della presentazione su una penna USB e generatene una versione in formato PDF, da mettere anch’essa sulla penna. Il PDF funzionerà su qualsiasi computer d’emergenza. Stampate una copia della falsariga della vostra presentazione. La carta non crasha.
  • Usate il vostro computer; se necessario, insistete. Specialmente se c’è poca luce in sala, rischiate di non trovare i tasti dove siete abituati a trovarli, e il software e il sistema operativo possono essere differenti e incompatibili. A volte basta una versione leggermente differente di software per rovinare l’impaginazione, ed è facilissimo che il computer altrui non abbia i vostri font prediletti.
  • Non guardate la persona che sta dormendo. C’è sempre, anche se la vostra presentazione tratta di lingerie per pornostar, e se cominciate a fissarla perderete irrimediabilmente entusiasmo e concentrazione.

Un grazie a Paolo Attivissimo e ai suoi articoli divulgativi. 10 anni fa mi ha portato sulla strada dell’informatica – e linux era ancora “robaccia” in bianco e nero.

Un giorno vi farò vedere le “mie” slide, fatte per i vari corsi & progetti. Se mi va. E voi che ne dite? Avete altri suggerimenti?

28 Jul

tagli alle università: l’anno prossimo pagherò mille mila euro

Avrete sentito l’idea bislacca di questo ministro, ossia di dare i soldi in base alla ricerca e ai risultati prodotti dalle università; e così l’università di Salerno fa la botta e perde quasi un milione di euro perchè in classifica voliamo bassi. Vabbè. Se siamo agli ultimi posti …. ce lo meritiamo?

Questa sorta di “incoraggiamento economico” da parte del governo mi sa di “tentato futurismo senza progresso”. Futurismo perchè si cerca di emulare ciò che è meglio di noi; senza progresso, visto che per arrivare ad un risultato finale servono dei passi intermedi, e noi li vogliamo saltare a piè pari.

Vogliamo il modello americano? tolte quelle venti università ottime che ci sono in USA, che in rapporto al numero di abitanti equivalgono ad un neonato in un paesino del Cilento, lo stato delle università americane è _pietoso_. Una buona parte di queste università non fa ricerca, ma solo formazione. E’ come se fosse un iper-liceo in cui studi, ti droghi (stando ai film), e se non studi chiamano i tuoi genitori che ti fanno una ramanzina e ti tolgono la playstation.

In Italia abbiamo la fortuna di essere assistiti da persone che la ricerca la fanno per mestiere. Certo, non ha lo stesso fascino dello scienziato pazzo che lavora nel laboratorio sotto casa, ma di qualcosa dovranno pur mangiare. La fortuna di avere professori che “ricercano” è di essere sempre aggiornati sulle ultime tecnologie, sulle tendenze del futuro (visto che loro lavorano col futuro), e di avere uno sguardo critico verso ciò che viene studiato, grazie all’incontro con altri ricercatori/professori del mondo intero, collaborando al sapere degli studenti del domani.

In America, tolte quelle famose venti università, quante altre possono vantare la stessa ricerca? Nessuna.

Ma passiamo ad un’altra nota dolente del nostro sistema universitario: la spesa per lo studente.

Lo studente italiano deve pagare un bel gruzzolo di tasse per entrare in università, se è un’università statale si aggira sui mille euro per la fascia di reddito media, se invece l’università è privata stiamo anche sui 10.000 €.

Cosa vogliono dire queste cifre?

Persone che non hanno un reddito alto ma che hanno le loro buone intenzioni e motivazioni per studiare sono costrette a fare i salti mortali per pagarsi le tasse!

Fossero solo le tasse, in realtà ci sono anche: abbonamento dell’autobus o benzina, vitto (tra mensa e panini, il portafogli ha sempre più fame), e l’alloggio se sei uno studente fuori sede. Ah, non dimentichiamoci dei libri! Mica sono gratis.. Né sono fotocopiabili…

Dovremmo prendere solo il meglio del modello americano, e piuttosto che spendere di più dovremmo azzerare queste spese per gli studenti meritevoli, con borse di studio che davvero permettano di essere indipendenti dalla famiglia (che non deve lavorare per mantenere un figlio … se il lavoro non c’è!)

Negli USA, se “sei fortunato & bravo”, riesci a passare la selezione iniziale di 3-4 università; se vieni da una famiglia media, devi sperare di prendere la borsa di studio. Altrimenti, o sei ricco o sei fuori!

In Brasile (altra realtà che conosco per via di un mio caro amico) l’università è altrettanto meritocratica: vengono assegnati 100, 200 posti all’anno tramite test di accesso completamente gratuiti, incluse le spese per comprare i libri; non importa se sei ricco o povero, se superi il test sei dentro. Altrimenti… vai a lavorare. Certo il brasile è enorme, servirebbero molti più posti (o molte più università?) per formare tutti i ragazzi che ne hanno bisogno.

In America se un professore è più quotato prende uno stipendio più alto di un suo collega di pari livello. Questo mi ricorda i giocatori di Serie A: mercenari bruciati nel giro di 15 anni di carriera con stipendi allucinanti; squadre che devono far quadrare il bilancio vendendo giocatori (immaginati i professori, a 40 anni, con la famiglia alle spalle!) e investendo sui giovani (ossia: non ho soldi e compro in casa)!

Un modello del genere ha sicuramente i suoi vantaggi, ma i professori non verranno giudicati in base a quanta ricerca producono, ma solo in base a quanto costano all’università!

Per finire: non serve tagliare i fondi ad un’università per farla funzionare meglio ed essere più efficiente. Certe volte basterebbe davvero ascoltare gli studenti. Quelli onesti, intendo. Alcuni professori non assistono i propri studenti; altri non si fanno vedere nemmeno all’esame; altri non hanno minimamente idea di essere titolari di una cattedra ed affidano tutto al dottorando (che, a contratto, può fare solo 40 ore di lezione di laboratorio). Esami compresi! Chissà se almeno fanno ricerca!

Chi sono questi professori? L’università dispone di un modo per controllare queste persone, e portarle sulla buona strada? o “formarle”? E qui si inserisce un’altra contraddizione tutta italiana: non esiste un corso metodologico per diventare professori. Ognuno tira fuori il coniglio dal cappello; a chi riesce e a chi no.