Il maestro unico universitario
Di questi tempi l’università è un po’ più politica del solito. Politica non perchè è di destra o di sinistra, ma perchè guarda al bene comune di studenti, del Paese, della ricerca. Ho un professore che entra in classe e dice: “da oggi in poi, per ogni lezione parlerò 10 minuti della legge Gelmini, di cui non condivido una virgola”. Il professore SBAGLIA e FA BENE: un professore di informatica non può fare lezione di politica, non lo pago per questo, ma fa bene perchè sente che una spada sta per cadere sulla testa dei suoi figli. Ce ne sarebbero di cose da dire, di questa bella legge; innanzitutto ci saranno tagli di non-so-quanti-miliardi-di-euro, e questo porterà i nostri cari rettori a dover scegliere: cosa faccio adesso? alzo le tasse? aderisco a una ri-fondazione (comunist… ehm privata) ? Vogliamo invece parlare del maestro universitario unico, visto che su 5 pensionamenti ci sarà una sola assunzione? I bambini che salgono dalle scuole elementari all’università scopriranno che l’università è uguale, lo stesso prof per 15 materie.. Speriamo che non ci prenda ad occhio!
Di cose schifose ce ne sarebbero, ma non voglio ripetere le catene di Sant’Antonio. Ciò su cui bisognerebbe invece discutere è un nuovo modello di università, capendone il suo ruolo nel contesto sociale di oggi. L’università che io sogno è un’università in cui si parla di merito e non di ricchezza: un’università anche a numero chiuso, diciamocelo, ma che paga tutto allo studente: alloggio, trasporto, cibo, libri, palestra e perchè no, anche una sorta di premio-studio: se il voto è migliore di una certa media, perchè non dare un premio in denaro _sostanzioso_.
L’università dovrebbe pubblicizzare i propri studenti, dovrebbe farli conoscere, dovrebbe vantarsene, dovrebbe incentivarli. Io so benissimo che probabilmente non appartengo a questa “eletta” schiera di eccellenza che professo, ma desidero ardentemente che il figlio di contadino debba poter studiare senza dover chiedere nulla al padre, anche a discapito mio se ce n’è bisogno. Chiaramente ci aspettiamo dei risultati poi, ovvio.
Immaginate di possedere una fabbrica: una fabbrica di buatti di pomodoro, per esempio. Assumete una nuova persona e passate il primo anno a dirgli: “guarda, questa macchina si usa così.” “Quando arriva un camion si fa questo”. “Da questo ferro si ottiene questo buatto mentre da quest’altro si ottiene quest’altro”. Bene; subito dopo la sua formazione, lo licenziate. CHE CAZZO L’AVETE ASSUNTO A FARE?
Non è tanto diverso da quello che fa lo Stato con i nostri ricercatori precari. li prepara, anzi specializza in settori di ricerca così avanzati, per far progredire il nostro progresso… e dopo averli addestrati, …li caccia via.
dimenticavo: volevo provare a fregarmene di tutto questo putiferio, ma mi sa che comprerò un passamontagna e tirerò sassi sulla polizia antisommossa. Ci sto troppo dentro. In un’altra vita avrei voluto studiare fisica.

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