quando la parola non basta
Da quando ho iniziato la saga dei “grandi viaggi”, dalla Spagna in poi, ho dovuto affrontare un problema fondamentale: la comunicazione. Tutti dicono che le lingue latine in qualche modo si assomigliano, si riesce a parlare. Ok, forse è vero, ma per me non è stato così. Se vai in un postaccio turistico è facile farsi capire: tutto quello che bisogna dire è qualche numero, il nome di qualche esotico pasto e qualche convenevole; se invece si va a vivere in un posto devi trovare prima la maniera di sopravvivere, poi la maniera di vivere.
In Spagna iniziai i primi giorni pensando che non sarei mai riuscito a parlare. I fatti hanno dimostrato che ho superato questa sfida, non senza difficoltà e figure di niente. Adesso mi trovo in Brasile e passo almeno 6-7 ore della mia giornata senza parlare MAI una parola di spagnolo, inglese o italiano. Insomma, solo portoghese. E la cosa bella è che ci capiamo, anche oltre l’aspettato! Da cosa può dipendere?
Certo, la conoscenza di tante lingue aiuta. Ci si aspetta che il ricevente abbia qualche conoscenza di qualche lingua, seppure basica, oppure riconosca la parola in un sinonimo. Ma se riesco a spiegare la politica italiana, o il sistema educativo o la mia famiglia o quant’altro, non è questione di interlocutori acculturati, quanto di forza di volontà e pazienza nell’ascoltarmi. Ripetere la stessa frase 3 volte significa davvero non aver nulla da fare :p, oppure significa darmi un’opportunità, sapere che si sta partecipando in maniera protagonista al mio processo di apprendimento.
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La vera forza
La vera forza non sta tanto nelle parole. Quelle si imparano nella maniera più stupida del mondo: indicandole e ripetendole. La vera forza dell’apprendimento sta nella seconda lingua che contraddistingue noi italiani: le nostre mani. L’uso di simbolismi, senza paura di sbagliare, senza sapere neanche cosa si sta dicendo, senza aver fretta di correre. A un certo punto tutto viene naturale. Ma è bello vedere che a tavola giorno dopo giorno imparo nuove parole semplicemente indicandole, una sorta di gioco con la madre di Weber (obrigado, senhora Marlene) che vado perfezionando continuamente.
Studiare una lingua è indispensabile, per questo adesso sto puntando tutto sui verbi. Il vocabolario è fondamentale, ma quando si vuol padroneggiare una lingua, bisogna prendersene lati positivi e lati negativi. La pronuncia portoghese è assurda. La stessa parola, a seconda dell’accento, cambia significato; I verbi non sono mai stati facili per le lingue latine; ma quando tutto questo non basta, ecco che le nostre mani – le nostre mani - prendono vita per creare parole che non sapevamo, dandogli un significato visuale più che letterale, ponendo un’attenzione globale all’ascolto e mettendo due monti a contatto.
Un italiano muto es un italiano con manos legadas, dice Weber.
Buonanotte.
_______chissà, ale, magari ci sta bene sul tuo blog?.

si tratta di comunicazione non verbale e usa le espressione del volto, gesti, tono della voce… ecc…ecc..
E’ meno facile sottoporla a “censura”.
bravo michele un utilizzo congiunto delle diverse modalità comunicative produce i risultati più efficaci.
si o mostr